Gli antichi “contus de forredda”: le “ghost stories” dei nostri nonni

Oggi si chiamano “ghost stories”, ma già da tempo in Sardegna si chiamano “contus de forredda” o “contus de foghile”. Sono le leggende popolari sarde venutesi a costituire in tempi lontani e raccontate davanti all’antico focolare domestico che hanno terrorizzato i bambini e che continuano a far rabbrividire gli adulti.

Sono storie di fantasmi, streghe, folletti, anime erranti intrappolate sulla terra da qualcosa che rende loro impossibile trovare la pace. Sono storie di tesori nascosti in tempi lontani e custoditi da mostri e demoni scaturiti dalla fantasia, ma soprattutto dalla superstizione e dalla paura. Sono leggende che si tramandano da generazioni e che costituiscono parte integrante di quel prezioso baluardo di conoscenza trasmessa soltanto in forma orale.

Maschera fenicia, dal Museo Archeologico di Cagliari

Nate in parte per spiegare i fenomeni sociali che facevano parte della vita delle comunità agro-pastorali locali – la morte, le carestie, il furto di bestiame, ecc – i “contus de forredda” custodiscono uno scrigno di saperi e conoscenze ataviche che rischiano di perdersi di fronte all’avanzare della modernità, dove tutto procede ad alta velocità e dimentica i ritmi della lentezza, dell’incedere delle stagioni e della pazienza.

Di notte, quando il buio si faceva più intenso e il focolare illuminava l’ambiente familiare, ecco che si concretizzava il perfetto scenario narrativo di queste antiche storie. Soprattutto in alcuni momenti dell’anno che rendevano piacevole e utile attardarsi davanti al focolare – si pensi ad esempio al Natale o alla festa di Ognissanti – questi racconti scandivano il trascorrere del tempo rendendo più interessante l’attesa.

Ma da dove provengono questi “contus” e quali sono i protagonisti?

Alcuni di essi si somigliano, differendo soltanto per qualche particolare, altri invece sono completamente diversi, legandosi profondamente non solo al contesto storico ma anche all’area geografica.

I personaggi che li popolano, invece, si ritrovano nel comune passato agro-pastorale dell’isola, che ha sempre oscillato tra il sacro e il profano ma che, soprattutto, lega l’esistenza dell’uomo sulla terra al compimento di una missione. Nella vita, così come nella morte.

Tipica campagna sarda. Nell’immagine il Nuraghe Loelle di Buddusò.

In molti “contus”, dalla Gallura all’Ogliastra, dal Logudoro al Campidano, compaiono numerose creature fantastiche a metà strada tra spiriti e demoni. Nell’impossibilità di elencarli tutti, eccone alcuni….

Le panas, erano le donne morte di parto che, secondo la tradizione, erano condannate ad un lungo periodo di espiazione che consisteva nel triste castigo di lavare i panni della loro creatura per un tempo variabile tra i due e sette anni. Le si poteva incontrare lungo i letti dei fiumi e udirne da lontano il canto della triste ninnananna che evocava una macabra litania. Le panas mantenevano da morte l’aspetto che avevano avuto in vita ed era possibile, quindi, scambiarle per creature di questa vita. Ma chi le vedeva doveva evitare di parlare con loro o di farsi notare: questo avrebbe interrotto il loro lavoro e le avrebbe costrette a ricominciare daccapo, rendendole da innocue a violente. Disturbate, esse avrebbero lanciato dell’acqua addosso al malcapitato, il quale l’avrebbe sentita bruciare sul viso come fuoco. Le panas, come molte creature ultraterrene, si mostravano soltanto la notte e per questo motivo le donne sarde non andavano mai a lavare i loro panni dopo il tramonto. La credenza delle panas era talmente radicata che spesso si era portati ad attribuire particolari macchie della pelle ad una loro vendetta.

S’ammutadori era il demone del sonno. Colpiva soprattutto pastori e contadini che si assopivano all’ombra di un albero a seguito delle fatiche nei campi. Il demone entrava nei sogni delle vittime provocando una sensazione di angoscia, soffocamento e oppressione dovuta allo schiacciamento dello stomaco. Temendo di essere tormentati da questa creatura, si cercava il più possibile di non addormentarsi in campagna.

“Domus de janas” nella necropoli di Sant’Uanni a Escalaplano.

Le janas sono un piccolo popolo di fate alte poco piu di un palmo che indossano vesti tessute da loro stesse e ricamate con fili d’oro e d’argento su antichi telai. Sono creature magiche capaci di scavare la roccia nella quale poi scelgono di abitare. Le loro case prendono il nome di “domus da janas” e sono disseminate nelle campagne sarde. Si dice che le janas siano custodi di tesori d’inestimabile valore e che scelgano di condividere questa ricchezza con pochi. Le janas chiamano tre volte nel sonno il nome della persona che hanno scelto e la conducono alla scoperta di queste meraviglie. Ma solo chi dimostrerà di non essere avido avrà la ricompensa di una ricchezza eterna. Altrimenti la vendetta delle janas sarà terribile.

Sa musca macedda è una creatura posta a custodia di antichi tesori. Grande quanto la testa di un bue, il suo ronzio è così forte da essere udito a distanza. Solo chi è stato scelto e ha ricevuto in sogno precise indicazioni è destinato a trovare il tesoro. Chi invece utilizza il segreto o si imbatte nel tesoro fortuitamente è destinato ad una fine orribile: sa musca macedda si scaglierà su di lui e con le sue zampe aguzze e taglienti farà a brandelli il suo corpo.

S’erchitu è un uomo costretto da un sortilegio a trasformarsi in un bue e annunciare la morte a chi morirà entro tre giorni di una morte violenta.

E poi, naturalmente, ci sono le anime dei defunti che ritornano dall’Aldilà e il cui ritorno, spesso, è tutt’altro che benevolo. Gli spiriti appaiono
spesso incarnati nel corpo di un animale – solitamente un cane, ma anche un cinghiale o un cervo – che tormenta le sue vittime con guaiti e lamenti. Ma nella maggior parte dei casi gli spiriti assumono le sembianze di ciò che furono in vita: vecchi, bambini, ecc. Il loro ritorno sulla terra è legato a svariate motivazioni che non sempre è dato conoscere e perciò si guarda a questo mondo con grande rispetto.

Nei confronti della morte, e soprattutto nei confronti degli spiriti, la Sardegna ha sempre avuto un atteggiamento accomodante e mai ostile, al punto da esorcizzare tutte le fasi del trapasso: dalla veglia funebre al ritorno tra i vivi nella notte di Ognissanti. Ma non solo. La cura verso il mondo dell’Aldilà e di ciò che rappresenta ha sempre avuto precisi rituali che, nonostante l’inesorabile avanzare del tempo, continuano ancora oggi ad essere praticati.

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Riferimenti bibliografici

Dolores Turchi, Leggende e racconti popolari della Sardegna

Grazia Deledda, Leggende sarde

Francesco Enna, Sos contos de foghile: fiabe e leggende della Sardegna

Gian Michele Lisai, 101 storie sulla Sardegna che non ti hanno mai raccontato

Per saperne di più:

Contus Antigus

Claudia Zedda

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