Quella “perpetua nota d’infamia”: la congiura Camarassa

Rappresenta ancora oggi, a distanza di oltre tre secoli, uno tra i più avvincenti casi irrisolti nella storia della Sardegna, un vero e proprio giallo che ancora appassiona e che, se diventasse un film, terrebbe di certo incollati alla poltrona. E’ la “congiura di Camarassa” dietro alla quale si celano importanti retroscena che si inseriscono in quella Cagliari del 1600 che ancora risentiva, a distanza di tanti anni, delle lotte intestine tra la nobiltà locale e la Corona Spagnola.

Era la sera del 21 Luglio del 1668 e lungo l’attuale via Canelles a Cagliari veniva ucciso il vicerè di Sardegna, don Manuel Gomez de los Cobos, marchese di Camarassa. A colpire a morte il vicario del re di Spagna e tutta la sua famiglia fu una selva di schioppettate scagliate da una finestra dell’attuale civico 32, in un nobile palazzo all’epoca abitato da don Antioco Brondo, marchese di Villacidro.

Ma per quanto clamoroso, questo non era nè il primo nè l’unico delitto consumato tra le mura del quartiere Castello. Pochi metri e pochi giorni collegavano questa brutale esecuzione a quella avvenuta circa un mese prima – la notte del 20 Giugno – ai danni della “prima voce” dello stamento militare, don Agostino di Castelvì, marchese di Laconi.

Era il chiaro segnale di una lotta intestina destinata a dominare la scena politica sarda e portare avanti lontani sentimenti di vendetta che covavano da oltre un secolo sotto la cenere di antichi dissapori.

Cagliari, veduta del Quartiere storico Castello, sede del governo e della nobiltà fin dal Medioevo.

La nomina del Marchese di Camarassa a viceré di Sardegna, avvenuta il 24 Maggio 1665 da parte del re di Spagna Filippo IV, non cominciava sotto i migliori auspici. Quest’ultimo otteneva la nomina in maniera del tutto inaspettata, dato che, dopo la morte del vicerè reggente don Luigi Ludovisi nel 1664, assunse temporaneamente la reggenza il governatore di Cagliari e della Gallura don Bernardino Mattia di Cervellon. La nobiltà feudale sarda, simpatizzante del Cervellon, si aspettava che il sovrano ne appoggiasse la nomina anche per il ruolo di vicerè, e fu totalmente sorpresa quando invece fu nominato  al suo posto il marchese di Camarassa.
Nuovamente delusi nelle loro aspettative, dopo che il governo spagnolo continuava ad attribuire un peso politico pressochè inesistente al Parlamento, i nobili esponenti dei tre stamenti (i tre ordini in cui era composto il parlamento sardo), si strinsero nella lotta contro la Corona designando garante degli interessi locali don Agostino di Castelvì, marchese di Laconi.

Quest’ultimo, temprato dalla vita e determinato ad ottenere potere e riforme, aveva da poco varcato la soglia dei cinquant’anni, rimanendo un uomo molto combattivo. Aveva perso una moglie, Giovanna Dexart, e nel 1665 sposò una sua giovane nipote, donna Francesca Zatrillas. La donna aveva la metà dei suoi anni, ma portava con sè la cospicua dote derivata dall’eredità paterna, insieme ai titoli di contessa di Cuglieri e marchesa di Sietefuentes. Ma oltre alla ricchezza del casato e alla giovane età, donna Francesca possedeva una bellezza senza precedenti.

Il governo Camarassa, sotto le continue pressioni della Corona, si stava rivelando da subito ostile e pericoloso, costringendo, tra l’altro, il Regno di Sardegna al pagamento di una cospicua tassa – il donativo – che poteva essere corrisposta in denaro o uomini per finanziare l’esercito spagnolo contro l’avanzata del re di Francia Luigi XIV. Appoggiato dalla nobiltà sarda e sfruttando il legame di parentela con Giorgio di Castelvì, membro del Consiglio Superiore d’Aragona a Madrid, nel 1667 don Agostino si recò in Spagna per interloquire direttamente con la reggente Anna d’Austria.

Il soggiorno del Castelvì a Madrid si rivelò più lungo e difficoltoso del previsto: dopo aver tentato più volte invano di dialogare con la reggente, fece ritorno in Sardegna il 20 Maggio 1668 senza alcun risultato. Ma non era tutto. Il vicerè Camarassa, approfittando dell’assenza dell’autorevole Castelvì, aveva aperto i lavori per la convocazione degli Stamenti e approvato la corresponsione del donativo. Si trattava di un dichiarato abuso di potere con il quale il vicerè sembrava volersi beffare dei sardi.

Cagliari, via La Marmora, dove avvenne l’omicidio di don Agostino di Castelvì.

La tensione tra la Corona e la nobiltà locale era altissima e sfociò nel brutale assassinio di don Agostino di Castelvì, colpito da numerosi colpi d’archibugio e finito con 20 coltellate in quella che, a tutti gli effetti, sembrava una violenta e meditata esecuzione. Era da poco scoccata la mezzanotte e nell’attuale via La Marmora – all’epoca Calle Major – l’uomo passeggiava sulla strada del rientro verso casa. L’omicidio Castelvì fu la prova di un malcontento soffocato troppo a lungo e gettò la nobiltà e l’intera città in un clima lacerante di paura e impotenza. Ma una domanda restava aperta.

Chi aveva ucciso il marchese di Laconi?

La prima a farsi avanti nell’accusa fu la vedova, donna Francesca, la quale accusò don Antonio de Molina e don Gaspare Niño, incaricati dal Camarassa del disbrigo delle pratiche per la chiusura del parlamento e proprietari delle abitazioni che delimitavano l’area nel quale si era consumato il delitto del defunto marito. Ad avvalorare questa tesi furono alcuni testimoni, vicini alla fazione antiregia. Donna Francesca sosteneva che il vicerè Camarassa avesse ordito un complotto ai danni del marito e che si fosse servito dei due uomini per eliminarlo. Per paura di rappresaglie il vicerè offrì ospitalità presso il Palazzo Viceregio sia al Molina che al Niño, i quali poi fuggirono in Spagna. Inutile dire che questo fatto finì con l’acuire i contrasti e avvalorare i sospetti. Era solo questione di tempo.

Portico delle Grazie, antico arco d’accesso al Castello dalla Torre del Leone, e Palazzo Boyl, che nell’Ottocento ha inglobato la torre del Leone.

Trascorsero appena 30 giorni dall’omicidio Castelvì e il vicerè Camarassa aveva cominciato a girare per le strade di Cagliari con la scorta. La sera del 21 Luglio, dopo la messa nella Chiesa del Carmine nei pressi dell’attuale viale Trieste, un sontuoso cocchio faceva ritorno a Castello. All’interno c’erano il vicerè, sua moglie Isabella e i suoi quattro figli. Superato l’arco d’accesso al quartiere, in corrispondenza della Torre del Leone, la carrozza imboccava via dei Cavalieri – attuale via Canelles – entrando nel mirino di una guerriglia urbana senza precedenti. Dalla casa di Antioco Brondo, all’attuale civico 32, partirono alcune schioppettate che uccisero sul colpo il vicerè. Le grida dei figli attirarono alcuni passanti e il cocchiere accelerò la corsa verso il Palazzo per fuggire ad ulteriori colpi. Alcuni uomini si erano precipitati a chiudere le porte del Castello, proprio sotto la torre del Leone, ma furono anch’essi feriti a morte da un fuoco incrociato in corrispondenza dell’attuale Palazzo Zapata-Brondo e dalla casa di Don Francesco Cao, entrambe in prossimità della Torre.

Seguì l’anarchia. Le persone evitavano di uscire di casa e chiunque, di nobile rango, aveva cominciato a richiamare in città i propri vassalli per farli membri della propria scorta. E naturalmente si cominciò a collegare i due delitti, cercando ogni possibile espediente che potesse strumentalizzare l’ostilità e volgere la questione verso i propri tornaconto.

Donna Francesca, cavalcando l’onda del sospetto seguita all’aggressione di Camarassa, tornò a rincarare la dose di accuse verso i mandanti dell’omicidio del marito, accusando, stavolta, donna Isabella, vedova del Camarassa. Presentò alla Reale Udienza – il tribunale supremo di Sardegna – un’istanza per far riaprire le indagini, fornendo anch un nutrito elenco di testimoni che avvalorassero la sua idea. Oltre 30 testimoni confermarono la versione di donna Francesca. Tra queste una domestica al servizio del  Palazzo Viceregio, tale Clementa Cannas, la quale giurò di aver sentito la viceregina delegare Niño e Molina di uccidere don Agostino di Castelvì. Le due istruttorie furono portate avanti parallelamente, senza però giungere a nessun esito convincente, nè per l’uno nè per l’altro delitto. Data la situazione stazionaria e temendo per la sua incolumità, donna Francesca si trasferì nel suo feudo di Cuglieri, dove fu raggiunta, tra gli altri, da don Silvestro Aymerich, suo cugino, più giovane di lei, da parte di madre. Sui due avevano cominciato a circolare delle voci di un presunto “affair” già da prima della morte di don Agostino. Alcuni studiosi sostengono che il defunto marchese di Laconi fosse a conoscenza della tresca amorosa tra i due ma che il fatto non lo interessasse più di tanto, occupato com’era nelle manovre politiche.

Il Palazzo Viceregio di Cagliari, sede del potere politico spagnolo e residenza del vicerè.

I due amanti, ad ogni modo, convolarono a nozze nello stesso anno con la benedizione di papa Clemente IX e del cugino di don Agostino, don Artaldo di Castelvì, Marchese di Cea. Quest’ultimo coltivava da tempo il sogno di un governo centrale sardo emancipato dall’ingombrante e oppressiva presenza spagnola e stava radunando un folto gruppo di nobili e membri del clero che appoggiassero la sua idea. Ma il piano pacifico del marchese di Cea fu spazzato via dalla nomina del nuovo vicerè di Sardegna il 23 Agosto 1668, il duca di San Germano don Francesco Tuttavilla. Ricordato dalle cronache del tempo come un uomo superstizioso e volubile, capace per questo di azioni di grande crudeltà, il nuovo vicerè ebbe il delicato compito di adoperarsi per risolvere il giallo che univa i delitti Castelvì e Camarassa. Questi, deciso a risolvere al più presto la questione, anche perchè temeva per la sua vita, annullò i due processi iniziati dalla Reale Udienza e ricominciò daccapo tutte le indagini, affidandole a don Giovanni Herrera, del Reale Consiglio di Napoli. Le nuove istruttorie ebbero inizio nell’aprile 1669 e collegarono immediatamente l’ostinazione di donna Francesca Zatrillas, che per prima e a più riprese si era scagliata contro il vicerè e la viceregina, con la volontà di sbarazzarsi del marito, il quale rappresentava un ostacolo alla sua unione con don Silvestro Aymerich. Vista in quest’ottica, dunque, sarebbe stata lei, con la complicità del suo amante, a far uccidere il marito, per poi strumentalizzare l’ostilità nei confronti del vicerè e favorire così il secondo delitto, ordendo una vera e propria congiura nei confronti del vicerè, appoggiata da altri nobili: don Silvestro Aymerich, il Marchese di Cea, don Francesco Portugues, don Gavino Grixoni, don Francesco Cao, don Antioco Brondo. Furono questi, secondo le dichiarazioni dell’ Herrera, ad uccidere Camarassa.

Così, con bando del 23 maggio 1669, affisso a Cagliari e Sassari, si dava mandato per la cattura dei congiurati e donna Francesca, condannati alla confisca dei beni, alla demolizione delle abitazioni e alla pena capitale. Furono poste grosse taglie sulle loro teste e la promessa di salvezza e fortuna a vita a chiunque li avesse consegnati, vivi o morti, al governo; al contrario, la stessa condanna a morte sarebbe toccata a chiunque avesse offerto loro rifugio e assistenza.

La Torre dell’Elefante, dove furono esposte le teste mozzate dei congiurati.

Diramato l’ordine di cattura, i congiurati si dileguarono e tentarono la fuga, dapprima separandosi per poi riunirsi. La loro cattura avvenne in momenti e in circostanze diverse: donna Francesca riuscì a fuggire a Nizza e salvarsi, mentre Silvestro Aymerich, Francesco Cao e Francesco Portugues furono decapitati immediatamente il 27 Maggio 1671 in Gallura. Le loro teste, svuotate e riempite di sale, furono esposte a Sassari e poi issate su tre lance alla testa di un lungo corteo di cavalieri che riprendeva il viaggio verso Cagliari. Il marchese di Cea e il suo servo Francesco Cappai, invece, furono mantenuti in vita, con quel poco di cibo e acqua che ne avrebbe garantito la sopravvivenza. Il macabro corteo raggiunse Cagliari in 12 giorni e si radunò sotto la torre dell’Elefante, dove i due sopravvissuti furono imprigionati per poi essere giustiziati sei giorni dopo.

Il 15 Giugno 1671 nell’attuale Piazza Carlo Alberto, antica Plazuela deputata all’esecuzione capitale dei nobili, Francesco Cappai fu torturato e ucciso per mezzo della ruota medievale e don Artaldo fu decapitato al cospetto della folla. La sua testa mozzata fu rinchiusa assieme alle altre dentro una gabbia in ferro ed esposta sulla torre dell’Elefante per 17 anni, finchè il vicerè Nicolò Pignatelli Aragon ne richiese la rimozione.

Ma l’esposizione delle teste non fu l’unico monito per la popolazione. Un’altra importante testimonianza, meno effimera della carne e destinata a durare fino ad oggi, fu affissa nel luogo del delitto Camarassa. Si tratta di un’epigrafe che riporta in lingua spagnola i tristi fatti del Luglio 1668, nonchè i nomi dei congiurati e l’accusa di “lesa maestà”.

L’epigrafe collocata oggi al civico 32 di Via Canelles a Cagliari.

“PARA PERPETUA NOTA DE INFAMIA DE QUE FURON TRAYDORES DEL REY NUESTRO SENÕR DON JAYME ARTAL DE DE CASTELVì QUE FU MARQUES DE CEA DONNA FRANCISCA CETRILLAS QUE FU MARQUESA DE SETEFUENTES DON ANTONIO BRONDO DON SILVESTRE AYMERICH DON FRANCESCO CAO DON FRANCESCO PORTUGUES Y DON GAVINO GRIXONI COMO REOS DE CRIMEN LESA MAGESTAD POR HOMICIDAS DEL MARQUES DE CAMARASSA VIRREY DE CERDEÑA FUERON CONDENADOS A MUERTE PERDIDAS DE BYENES Y DE HONORES DEMOLIDAS SUAS CASAS CONSERVANDO EN SU RUINA ETERNA IGNOMINIA DE SUS NEFANDA MEMORIA Y POR SER EN ESTO SITIO LA CASA DE DONDE SE COMETIO DELICTO TAN ATROZ A VEYNTE UNO DE JULIO DE MIL SEICIENTOS SESENTA Y OCHO SE ERIGIO ESTE EPITAPHIO”

In conclusione, dunque, quale fu la verità sul caso Laconi-Camarassa? Probabilmente non la sapremo mai, ma è interessante riportare l’ipotesi di Dionigi Scano, il quale restituisce un’immagine diversa e pittoresca del marchese di Laconi, descrivendolo come un dongiovanni senza scrupoli che aveva a cuore tanto la politica quanto le belle donne. Lo Scano prospetta un’altra ipotesi, secondo cui il Castelvì sia stato vittima di una vendetta d’onore dovuta al congiunto di una sua amante. Del resto, il focoso marchese era già scampato a più di un agguato per motivazioni tanto politiche quanto amorose e aveva nemici non solo tra le fila del governo spagnolo.
Lo Scano poggia quest’ipotesi su una notizia di Padre Giorgio Aleo, che visse proprio nell’epoca dei fatti. Il Marchese, racconta l’Aleo, la sera dell’omicidio era uscito proprio per raggiungere una dama, tale Maddalena Cugia, la quale avrebbe proposto ad un sicario di avvelenare donna Francesca, di cui era gelosa. Il sicario svelò il proposito alla Zatrillas e poi, per sfuggire alla vendetta giurata dalla Cugia, lasciò la Sardegna.

Insomma, quale sia la verità, emerge una storia intricata dai contorni romanzeschi che non smetterà mai di suscitare interesse e curiosità.

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Fonti bibliografiche

  • Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna
  • Gian Michele Lisai, La Sardegna dei Misteri e I delitti della Sardegna
  • Dionigi Scano, Donna Francesca Zatrillas

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