L’omicidio nel convento: il delitto di Girolamo Selles nella Cagliari del Cinquecento

Nella seconda metà del XVI secolo Cagliari era una città cuturalmente viva e politicamente attiva, ma da qualche tempo stava facendosi largo un sentimento di rivalsa nei confronti della Corona spagnola da parte dell’aristocrazia feudale sarda, capeggiata dagli esponenti più in vista delle nobili famiglie dell’epoca: i Torellas, gli Aymerich, i Zatrillas, i Zapata, ecc.

Si trattava di famiglie originariamente iberiche che col tempo si erano radicate a pieno titolo in Sardegna e che nel Cinquecento, tuttavia, venivano considerate a pieno titolo “locali”.  Molti esponenti di queste famiglie erano titolari di rendite feudali e detenevano alcune cariche amministrative, ricoprendo, talvolta, un ruolo importante nel Parlamento; tuttavia rivendicavano da tempo la necessità di avere un maggior peso politico nel governo e nell’amministrazione della città. La legge spagnola aveva infatti escluso i regnicoli dalle più importanti cariche pubbliche, riservandole soltanto agli aristocratici spagnoli. Tra queste cariche, in particolare, quella di vescovo e quella di vicerè erano di fatto interdette ai sardi.

Stemma della famiglia Aymerich. Fonte: Araldica Sardegna

Il malcontento da parte dell’aristocrazia feudale sarda si trasformò lentamente in un senso di ribellione la cui rabbia covava sotto la cenere di rivolte compiute non tanto con moti rivoluzionari e proteste, bensì con strategie e subdoli intrighi. Furono queste famiglie ad ordire una fitta rete di complotti che spesso si reggevano sulla corruzione e sfruttavano abilmente gli strumenti e i mezzi su cui si fondava il governo spagnolo. Tra questi, soprattutto, il tribunale della Santa Inquisizione, che fu spesso chiamato in causa per i propri tornaconto politici.

Intanto la Corona continuava a tener d’occhio le manovre speculative ai danni dello Stato avvalendosi di personaggi di grande levatura morale. Tra questi, Giovanni Antonio Arquer – padre del Sigismondo che finì sotto le mire dell’Inquisizione – Giovanni Ram, maestro razionale, e Bartolomeo Selles, magistrato civico. Fu questi, nel 1552, a riscontrare nelle casse del Regno un consistente ammanco di denaro, di cui furono ritenute responsabili la famiglia Aymerich e la famiglia Torellas, sulle quali si stava aprendo un’inchiesta. La situazione già tesa esplose quando, durante una seduta di consiglio, Melchiorre Torellas si scagliò pubblicamente contro Bartolomeo Selles, il quale si era immischiato in una questione tra questi e un artigiano. Considerata l’ostilità reciproca, il vicerè appena nominato, Lorenzo Fernandez de Heredia, fece arrestare sia Melchiorre Torellas sia Bartolomeo Selles con l’obiettivo di placare il conflitto e convincere i due a riappacificarsi. Ma il tentativo fu inutile. Rimessi entrambi in libertà, il martedì santo, mentre percorreva l’attuale via del Duomo a tarda sera, Bartolomeo Selles fu assalito da alcuni sicari ingaggiati dal fratello di Melchiorre, Filippo Torellas, che lo percossero a bastonate.  L’amministrazione comunale presentò un’istanza per chiedere l’arresto dei mandanti. Il vicerè ordinò quindi una seconda carcerazione multipla ai danni degli aggressori, dei mandanti e della vittima, pensando di ristabilire l’ordine. Questa seconda incarcerazione comportò nuove indagini che fecero però precipitare il corso degli eventi. Nel 1554, infatti, fu individuato un altro complice nel pestaggio del Selles, don Salvatore Aymerich, vera mente dei loschi affari cagliaritani. Per paura di ulteriori aggressioni, il fratello di Bartolomeo, Girolamo Selles, cercò rifugio presso il Convento di San Domenico, ritenuto luogo sicuro. Ma fu solo questione di tempo: pochi giorni dopo trenta vassalli entrarono nel convento e lo trucidarono sotto lo sgomento dei monaci che invano avevano tentato di proteggerlo. Questi furono legati e costretti a guardare senza poter intervenire. Il corpo straziato del giovane Girolamo fu abbandonato al centro del chiostro, dove avvenne il massacro.

Chiostro di San Domenico, Cagliari.

Seguirono giorni difficili per Cagliari. Le strade non erano più sicure e la popolazione evitava il più possibile di uscire di casa. Dovunque si cospirava nell’ombra e il vicerè aveva il difficile compito di gestire una situazione tesa e pericolosa. L’urgenza di fare giustizia in tempi brevi spinse il vicerè a nominare il giovane Sigismondo Arquer avvocato fiscale per la Sardegna. Questi condusse un’esemplare istruttoria giudiziaria ai danni degli Aymerich nelle persone di Salvatore – mente criminale dell’omicidio del Selles – Giacomo – il luogotenente – e Pietro – la guida operativa del comando omicida. Ma l’omicidio nel convento di San Domenico non era stato che l’inizio di una lunga spirale di avvenimenti sanguinosi culminati oltre un secolo dopo con il duplice omicidio di Don Agostino di Castelvì, marchese di Laconi, e Don Manuel de los Cobos, marchese di Camarassa nel Giugno e Luglio del 1668. Ma non solo. Il fatto fu considerato un avvertimento per chiunque osasse ostacolare la faida tra l’aristocrazia e la corona, e quanto più la vittima era risultata estranea a quei delicati equilibri politici, tanto più questo fatto destava scalpore.

La tensione che Cagliari respirava in quegli anni emerge pienamente dai documenti ufficiali e dalle cronache del tempo. Ma non solo: esiste un’opera d’arte che forse si pone come emblematica denuncia di quest’omicidio. A sostenere questa ipotesi, che fornisce un’affascinante chiave di lettura iconologica dell’opera, è stato lo studioso Marcello Lostia nel libro “Il Signore di Mara Arbarei”, poi ripreso dalla studiosa  Maria Laura Ferru in un interessante articolo pubblicato sul sito Sardegna Soprattutto.

Il Retablo dei Beneficiati custodito al Museo Diocesano di Cagliari e datato alla seconda metà del XVI secolo.

L’opera in questione è nota come Retablo dei Beneficiati ed è custodita nel Museo Diocesano di Cagliari. Si tratta di una pala d’altare a doppio trittico di impronta sardo-catalana datata intorno alla seconda metà del Cinquecento. L’opera proviene dalla bottega dei Cavaro nel quartiere Stampace e, secondo il consueto schema iconografico della pittura su tavola di stampo tardo-gotico, raffigura la Madonna in trono con bambino, alcuni santi e le scene bibliche dell’Annunciazione e della Crocefissione.

Analizzando nel dettaglio i personaggi e soprattutto l’ambientazione, gli studiosi ipotizzano un collegamento tra l’omicidio nel Convento di San Domenico e il dipinto. I due santi alla destra e alla sinistra del pannello centrale raffigurante la Madonna sono rispettivamente San Girolamo e San Bartolomeo, probabile allusione ai fratelli Girolamo e Bartolomeo Selles protagonisti della sanguinosa vicenda.

Retablo dei Beneficiati. Dettaglio con l’Angelo annunciante e, nello sfondo, un paesaggio.

Ma non solo. Nelle tre tavole superiori è presente un’Annunciazione intervallata da una Crocifissione. La tavola a sinistra mostra l’arcangelo Gabriele che si libra davanti ad un’apertura ad arco e tiene rivolta la punta della bacchetta su un agglomerato architettonico nel quale si riconoscerebbero la chiesa ed il convento di san Domenico come si mostravano nel Cinquecento.  Poco distante si scorgerebbe anche la vicina chiesa di San Giacomo.

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Bibliografia

Gian Michele Lisai, I delitti della Sardegna

Marcello Lostia, Il Signore di Mara Arbarei

Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna

B.Anatra, A.Mattone, R. Turtas, Storia dei sardi e della Sardegna: L’Età Moderna, dagli aragonesi alla fine del dominio spagnolo

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