Sa Chida Santa: tra devozione e tradizione

Per i cristiani la Pasqua è la festività più importante, e in Sardegna viene chiamata “sa Pasca manna” in contrapposizione a “sa Paschixedda”, cioè il Natale. Nella Pasqua si celebra la Resurrezione, che racchiude il vero e profondo significato della fede: il sacrificio di Cristo sulla terra per la salvezza degli uomini e per la grazia eterna.

“Sa Chida Santa” – la Settimana Santa – si estende dal venerdì di Passione, che precede la Domenica delle Palme, al venerdì Santo, che precede invece la Domenica di Pasqua. Tutta l’isola si impegna a portare avanti le antiche tradizioni rituali che, da parte a parte, assumono connotazioni squisitamente locali: Cagliari, Iglesias, Alghero, Sassari, Castelsardo, Santulussurgiu sono alcuni tra i più importanti centri legati alle celebrazioni pasquali.

L’origine dei riti della Settimana Santa

I riti della Settimana Santa risalgono al Seicento, quando la Sardegna stava sotto l’egemonia politica spagnola, e conservano, quindi, l’autenticità di tradizioni che vantano oltre quattrocento anni di storia. Le connessioni culturali tra Sardegna e Spagna sono molteplici e, proprio in occasione della Pasqua, emergono con grande vigore.

In Spagna, infatti, la “Semana Santa” è sentita non soltanto a livello locale, ma anche a livello turistico, diventando uno tra i principali eventi che catalizzano molteplici flussi, soprattutto nella regione dell’Andalusia. La città che più di tutte esprime questo spirito a metà fra tradizione e devozione è Siviglia, alla quale la città di Cagliari viene spesso paragonata sul piano dell’importanza celebrativa attribuita ai riti della Settimana Santa.

I riti si aprono il cosiddetto venerdì di Passione, che apre le celebrazioni inaugurando l’uscita dei cosiddetti “Misteri”: sette simulacri lignei che rappresentano i principali momenti della Passione di Cristo. A curare i riti, oggi come allora, sono le Confraternite o “Confradias”, molte delle quali risalgono al XVI secolo. Nella sola Siviglia se ne contano 57!

Alcune località della Sardegna differiscono per alcuni riti, ma quelli comuni a tutte generalmente sono la processione delle Palme (“sas Prammas”), la processione dei “Misteri” e la processione de “s’Incontru” la mattina di Pasqua.

Altri riti si svolgono in giorni diversi a seconda della città in cui hanno luogo o della confraternita che li organizza. Tra questi il rito de “s’Iscravamentu” (letteralmente schiodamento), che rappresenta il momento della Deposizione di Cristo dalla croce, attuata con un crocifisso dagli arti mobili che viene realmente tolto dalla croce e deposto su una lettiga per essere portato in processione o esposto all’adorazione dei fedeli. A seconda del luogo, il rito de “s’Iscravamentu” si celebra il giovedì, il venerdì o il sabato.

L’importanza delle Confraternite nella vita sociale del Seicento

Con il Concilio di Trento la Chiesa cercò di riavvicinarsi ai fedeli e sanare quella frattura che si era venuta a creare con l’emergere dei movimenti protestanti. Uno tra i più efficaci strumenti fu individuato proprio nelle confraternite che, dalla fine del Quattrocento, si occupavano di opere caritatevoli. Erano, quindi, il tramite ideale tra la Chiesa e la popolazione e molti papi si adoperarono per incentivarne la proliferazione.

Prendendo parte attiva alla vita sociale delle comunità, le confraternite diventavano portavoce dell’impegno civico verso un mondo che si stava perdendo e che meritava di essere riscoperto e soprattutto tramandato: quello delle tradizioni, dei riti e della religiosità popolare più autentica e lontana dalle celebrazioni solenni. Si trattava di una religiosità intima e profonda, che affondava le radici nei sentimenti e nel substrato popolare locale.

A consolidare lo spirito partecipativo locale contribuirono il ritrovamento di numerose reliquie di santi martiri – molti di questi diventati poi protettori delle confraternite e delle corporazioni d’arti e mestieri – ma anche la letteratura, l’arte e il teatro, che tra la fine del Seicento e tutto il Settecento conobbero una nuova fioritura. Rientrano in questo contesto l’opera dello scultore di Senorbì Giuseppe Antonio Lonis, autore di tutta una serie di sculture di carattere devozionale commissionate da confraternite ed ordini religiosi, e l’opera letteraria di Giovanni Delogu Ibba, che scrisse un’opera teatrale di grande complessità antologica dal titolo “Index Libri Vitae”, divisa in sette libri di cui l’ultimo offre il copione di una sacra rappresentazione pensata per essere messa in scena, dal titolo “Tragedia in su isclavamentu”.

La Sacra Rappresentazione

La Sacra Rappresentazione è un genere letterario e teatrale che mirava inizialmente ad evocare episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento per poi concentrarsi maggiormente sui temi drammatici della Passione, morte e resurrezione di Cristo attraverso una serie di manifestazioni a metà strada tra la liturgia e il teatro, il cui linguaggio iconico-simbolico era veicolato in esclusiva dal clero, il quale nel tempo cominciò ad avvalersi del diretto coinvolgimento del pubblico dei fedeli. Molti studiosi ritengono che la nascita della Sacra Rappresentazione come narrazione drammatica sia stata influenzata principalmente da due fattori verificatisi nel Medioevo: da una parte le processioni dei Flagellanti e dall’altra la nascita e la diffusione della “lauda drammatica”.

La processione dei Flagellati, Francisco Goya, 1812-1814. Madrid, Accademia de San Fernando.
  • I Flagellanti erano un movimento cattolico nato nell’Italia Settentrionale e Centrale costituito da varie sette religiose, attivo tra il XIII e il XV secolo, che praticava l’autoflagellazione pubblica come forma di devozione e penitenza. Di questi gruppi facevano parte numerosi ordini religiosi tra cui i Camaldolesi, Cluniacensi e Francescani e meno frequentemente Domenicani. L’autoflagellazione pubblica serviva non solo come pratica religiosa e mortificatrice ma anche come mezzo attraverso cui ottenere da Dio la cessazione di catastrofi, guerre o epidemie. Celebre, ad esempio il caso della “peste nera” ricordata dal Boccaccio che sconvolse l’Italia e l’Europa del XIV secolo. Il nome Flagellanti deriva dallo strumento di pena utilizzato per l’auto-inflizione di violenza, il flagello. Con questi bastoni, i Flagellanti si battevano il busto nudo, mentre il sangue scorreva verso il basso imbrattando le pareti della chiesa all’interno della quale si flagellavano. Prendendo spunto dall’enfatizzazione drammatica dei Flagellanti, la Sacra Rappresentazione cominciò ad assumere sempre più i contorni di un’opera tragica, arrivando a rappresentare la tragedia per eccellenza, ovvero la Passione e la morte di Cristo.
  • La “lauda drammatica” è un genere letterario che racchiudeva in sé già tutte le caratteristiche di uno spettacolo teatrale con attori, costumi e musiche. Traeva origine dalla ballata profana, affermatasi intorno al XIII secolo dapprima in area provenzale e pian piano in tutta l’area romanza, trovando nell’Italia del Dolce Stil Novo il luogo privilegiato per il suo sviluppo.

Inizialmente lo scenario narrativo delle Sacre Rappresentazioni erano le chiese, in particolare l’area presbiteriale, e il numero degli attori variava da 3 a 5. Pian piano le rappresentazioni diventarono sempre più articolate, e da qui nacque l’esigenza di ricorrere a spazi più ampi che dapprima coinvolsero l’intera navata per poi estendersi all’esterno, nel sagrato, con l’allestimento di veri e propri palcoscenici. Anche la lingua finì col mutare, passando dal latino al volgare.

Tra sacro e profano

 Legandosi al contesto delle tradizioni locali, in parte fortemente condizionate dalla dominazione spagnola, i riti della Settimana Santa conservano elementi a metà strada fra il sacro e il profano, molto più antichi rispetto al Sei-Settecento.

Nenniri in un’immagine tratta dal blog di Claudia Zedda.

Una tra queste componenti sono i “nenniris”, i piatti di terracotta riempiti di germogli di grano o legumi. Durante il mercoledì delle ceneri, i piatti di terracotta vengono riempiti di grano e legumi e coperti in modo da crescere e germogliare al buio. L’origine di questa tradizione deriverebbe addirittura dai Fenici, in particolare dal mito di Adone, che celebravano la morte e la rinascita della vegetazione, e si riferisce non solo ai simulacri dei Misteri, ma anche ad altri simulacri. Celebre, a tal proposito, quello di San Giovanni Battista a Santu Lussurgiu.

Un’altra usanza è quella de “is ascurtus”, praticata dalla popolazione durante la Settimana Santa, che consisteva nel restare ascolto alle frasi pronunciate dai passanti che si incrociavano per strada, che, unite, erano utili per formulare presagi sul futuro.

Anche l’usanza de “is allicchirongius”, ovvero le “pulizie di Pasqua” derivano da antichi riti di purificazione.

È poi usanza tra le donne sospendere il lavoro di filatura, perché tirare un filo di lana era come strappare i capelli a Cristo. Per lo stesso motivo, veniva persino sconsigliato di lavarsi i capelli.

______________________________________

Fonti

  • Mario Atzori, Settimana Santa in Sardegna e Corsica
  • Franco Stefano Ruju, Giulio Concu, I riti della Settimana santa in Sardegna

Per approfondimenti sulle usanze e le tradizioni legate alla Pasqua, vedi:

Contus Antigus: “Su Nenniri: dal paganesimo al Cristianesimo in Sardegna”

Claudia Zedda: “Nenniri e allicchirongius de Pasca”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *